Sistema bancario Veneto: la relazione della Commissione d’inchiesta, il mio intervento

Non nascondo l’imbarazzo nell’affrontare questa relazione della Commissione d’inchiesta sui gravi fatti riguardanti il sistema bancario veneto.

In primo luogo per il metodo usato nel licenziare la stessa relazione; la relazione è stata messa a disposizione  dei consiglieri componenti della  commissione  venerdi 2 novembre 2018 e illustrata da coloro che l’hanno redatta, posta in votazione e approvata martedi 6 novembre – 72 ore dopo l’invio – durante la pausa dei lavori del consiglio regionale. Non ho mai compreso il perché di questa improvvisa fretta, visto che i lavori della commissione erano stati ultimati il 25 giugno del 2018 , quindi da più di quattro mesi,  e ancor più incomprensibile appare questa fretta visto che la relazione viene presentata e discussa in Consiglio a febbraio 2019, tre mesi dopo essere stata licenziata dalla commissione. Cui prodest?

Avevo esplicitamente richiesto di esaminare con la dovuta attenzione il lavoro egregiamente preparato dalla dott.ssa Michaela Colucci, del servizio attività e rapporti istituzionali, coadiuvata dal dott. Carlo Simionato e dal dott. Matteo Colombo, con il coordinamento del dott. Alessandro Rota, dirigente capo Servizio attività e rapporti istituzionali.

Sicuramente non è stato dato risalto nè merito al lavoro compiuto, ma è stato scelto, incomprensibilmente di approvare in fretta e furia la relazione anche con la giustificata assenza del componente del partito democratico. E non solo – Ripeto, l’ho trovata una scelta ingiustificabile e politicamente inopportuna. Come se si volesse rimarcare una interpretazione parziale dei lavori.

Infatti nella fretta e nella mancata condivisione si è preferito dare risalto ad alcuni contenuti della relazione a scapito di altri;

Sicuramente dobbiamo innanzitutto evidenziare il grave impatto che la crisi bancaria ha provocato a famiglie e imprese, al tessuto produttivo del Veneto e al rilevante risparmio privato: si parla di una riduzione di 10 mld di pil della nostra regione. E gli effetti sono ben lontani dal loro spiegarsi completamente, visto che in Veneto ci sono “sofferenze”  valutate in  2,8 mld di euro di Npl (crediti deteriorati)  e in 2,7 mld di euro di utp (incagliati) per un totale di 27.000 posizioni concentrate per il 32% a Treviso (1,7 mld) e il 26% a vicenza (1,4 mld) il 14% a Padova e a verona, il 10% a venezia il 3% a rovigo e l’1% a  belluno.

 Il 23,4% delle aziende in sofferenza e che hanno come controparte la SGA ,sono nel veneto, il 18,6 in Sicilia, il 15,4% in lombardia, il 10,8 in toscana, il 5,4% in puglia, il 4% nel lazio.. solo per citare le principali regioni coinvolte.

L’ampio numero di risparmiatori coinvolti e la larga dimensione dell’azionariato popolare è quindi il fronte da sostenere: dobbiamo evitare il rischio domino per il quale la sfiducia comporti la fuga di depositi, come già sta avvenendo, sia pure ancora parzialmente. Appare perciò importante il ruolo che possono assumere gli stakeholder e le associazioni che raccolgono le istanze dei risparmiatori per orientare le legittime proteste e le rivendicazioni verso uno sbocco di prospettiva che rilanci il legame oggi compromesso tra banca e territorio.

 A nostro giudizio la Commissione nel ricostruire le vicende della crisi bancaria, continuando il lavoro della commissione istituita nel 2016, ha sì avuto modo di approfondire il susseguirsi delle vicende, delle scelte e delle responsabilità, ma ha dovuto fare i conti anche con le nuove richieste.

Sia con le richieste delle associazioni dei risparmiatori collegate al rimborso o al ristoro dei fondi perduti attraverso la vera e propria truffa e sia con la necessità di focalizzare l’attenzione sulla nuova situazione venutasi a creare con la liquidazione coatta delle due banche, con l’ingresso di Banca intesa e con la presenza della SGA a cui è delegata la liquidazione dei crediti deteriorati e degli incagli. Sono due drammatiche situazioni che devono essere affrontate con tempestività e determinazione. Ricordo le parole si un rappresentante dei risparmiatori

“Oggi qual è la situazione? Abbiamo tanto parlato, ci sono state tante iniziative, ci sono state tante cause, ci sono stati tanti procedimenti, ma alla fine il risparmiatore si trova a non aver recuperato i propri soldi.

Purtroppo, questi risparmiatori qua ad oggi quali prospettive hanno? Le uniche prospettive sono quelle di spendere ancora per potersi tutelare, perché abbiamo un fondo governativo che ad oggi però non ha le gambe per poter funzionare, perché manca un regolamento attuativo… sia un punto dal quale partire per ridare giustizia a queste persone. Come? Chiaramente è già scritto nel testo dell’emendamento che è stato votato. In questo testo dell’emendamento c’è scritto che possono accedere coloro che hanno subìto delle violazioni, violazioni che chiaramente devono essere accertate, e credo che questo debba essere un punto fermo anche per evitare che speculatori, perché nella vicenda delle banche venete ci troviamo davanti anche a soggetti che sapevano che cosa stavano facendo, che questi soggetti possano in qualche modo usufruire di risorse che invece sono state messe per far fronte alle situazioni appunto più vulnerabili, sia dal punto di vista del diritto che dal punto di vista sociale.” In effetti siamo di fronte ad un drammatico ritardo che pesa su famiglie e imprese.

il 23 dicembre 2017 il Parlamento ha approvato la Legge n. 205 (Legge di Bilancio 2018), all’interno della quale è stato istituito un Fondo di ristoro finanziario con una dotazione finanziaria di 25 milioni di euro per ciascuno degli anni 2018, 2019, 2020 e 2021.

Tale fondo – approvato all’unanimità – veniva finanziato attraverso il Fondo interbancario di garanzia e il Fondo dei conti dormienti, per l’erogazione di misure di ristoro in favore di risparmiatori che hanno subito un danno ingiusto, riconosciuto con sentenza del giudice o con pronuncia degli arbitri: l’arbitro individuato era l’Anac. La legge di bilancio 2018, aveva fissato alla data del 30 marzo 2018 il termine per l’emanazione dei decreti attuativi sulla ripartizione delle risorse, ma per incomprensibili motivi il decreto non ha visto la luce né entro i termini previsti dalla Legge né mai;

 In sede di “Legge di bilancio 2019 – Legge 30 dicembre 2018, n. 145”, è stato istituito un nuovo fondo, il Fondo indennizzo risparmiatori (FIR); tale Fondo sostituisce quello istituito dalla legge di bilancio 2018, avente analoghe finalità, mette a disposizione 1,5 mld di euro in tre anni; ad oggi non è stato ancora emanato il decreto attuativo contenente le relative modalità di presentazione della domanda di indennizzo, nonché il piano di riparto semestrale delle risorse disponibili; non è previsto un arbitro e non è stata istituita nemmeno la commissione tecnica per l’esame e l’ammissione delle domande all’indennizzo del Fondo; l’indennizzo per gli azionisti è commisurato al 30 per cento del costo di acquisto, mentre per gli obbligazionisti è commisurato al 95 per cento del costo di acquisto, in ogni caso entro il limite massimo complessivo di 100.000 euro per ciascun risparmiatore;

 si rende così inattuabile il ristoro integrale del danno ingiusto, reso invece disponibile dai 100 milioni iniziali previsti dalla legge di Bilancio 2018; ogni ulteriore ritardo è, oltreché tragico, ingiustificabile per migliaia di risparmiatori e di imprenditori che sono sotto la pressione di rientro nei fidi da parte di chi è succeduto alle banche “risolte”, Banca intesa o la SGA – ed il rischio di perdere nel frattempo casa, posti di lavoro e aziende aumenta con il passare del tempo.

 Nell’audizione in Commissione del sottosegretario Baretta veniva ricordato come  l’operazione di salvataggio delle banche venete fosse avvenuta senza applicare il bail-in, ovvero senza peggioramento delle condizioni dei risparmiatori, anzi, proprio in seguito a questo intervento è poi maturata la linea di tutela ulteriore dei risparmiatori che ha portato alla decisione inedita di un fondo pubblico per ristorare il danno ingiusto subito da azionisti e obbligazionisti; l’idea di un fondo per risparmiatori vittime di reato bancario è nata nel corso dell’estate 2017 come risposta al diffuso clima di malessere, in conseguenza di un intenso confronto tra il  Governo Gentiloni, le associazioni dei risparmiatori e alcuni parlamentari veneti. Il punto d’incontro  è sempre stato il riconoscimento di una colpevole gestione del risparmio attraverso offerte di investimento obbligate, lo scambio di azioni contro credito o mutui, le cosiddette “baciate”, o largamente esposte alla speculazione, dunque non coerenti con lo spirito di deposito-investimento che ispira i soci delle Banche Popolari.

La crisi di fiducia verso il sistema bancario, che oggi appare diffusa ed alla quale è urgente porre rimedio, trae origine non soltanto alle perdite materiali, in alcuni casi rilevanti, che molti cittadini veneti hanno subito, ma anche dalla percezione di tradimento del mandato che accompagna queste vicende.

Il principale punto del provvedimento è  stato nell’identificazione, non tanto della figura del risparmiatore – lo sono sia i correntisti, sia gli obbligazionisti, sia gli azionisti – quanto della condizione di aver subito mis-selling. In sostanza non basta essere stati azionisti per aver diritto al rimborso, bensì aver subito un danno ingiusto. Non si tratta di una distinzione sofisticata e infatti, per sua natura, l’azionista è compartecipe del rischio insito nelle turbolenze di mercato e dunque è impossibile accettare la tesi che l’azionista deve essere rimborsato in quanto tale. E’ pur vero che si può affermare che il comportamento doloso delle due Venete può aver coinvolto la generalità dei soci, ma pur sempre di atteggiamento doloso si tratta e la necessità di riconoscere il dolo è ciò che permette di rendere accettabile la condizione che anche un azionista ottenga un rimborso. Perciò il ricorso all’Anac per il riconoscimento della truffa. Il fondo iniziale  di 100 milioni, 25 all’anno, per un periodo di quattro anni era chiaramente insufficiente e doveva essere progressivamente incrementato. Cosa che è stata fatta dal governo attuale – il fondo come sappiamo comprende anche il risarcimento alle altre quattro banche del centro italia – che però ha cambiato la quantità del ristoro, non più integrale ma con il tetto del 30%.

L’altro tema innovativo sollevato in commissione e che non viene evidenziato nella relazione è come aiutare le imprese con crediti deteriorati confluiti nella SGA. Può ad esempio assumere un ruolo Veneto sviluppo? Sicuramente appare fondamentale la ristrutturazione del credito, in particolare di chi è in Sga con gli incagliati. L’analisi delle singole posizioni è un percorso complesso e in questi casi il ricorso alle garanzie   e alle controgaranzie può essere vitale.

I rappresentanti dei Confidi hanno anche avanzato alcune proposte: ad esempio quella di riportare l’utilizzo del Fondo centrale di garanzia in ambito regionale, passando attraverso i Confidi e non più in un rapporto diretto. Va creato un sistema di intermediazione  forte”, quindi la prima proposta è riprendere in mano la lettera R della Bassanini. La seconda proposta: le banche stanno disintermediando, stanno buttando fuori dal proprio mercato una certa fetta di imprese piccole, che hanno bisogno di crediti piccoli. Ci sono 600 milioni che sono depositati per i fondi di rotazione in Veneto Sviluppo, noi chiediamo che si faccia una modifica di quel Regolamento, si faccia una modifica di quel Regolamento e che si dia la possibilità agli intermediari finanziari vigilati di erogare direttamente. Prendiamo noi i soldi della Veneto Sviluppo, li garantiamo in modo tale che la Regione Veneto non registri perdite di bilancio assolutamente, li garantiamo noi, li eroghiamo noi e li gestiamo noi nell’erogazione del credito, con i meccanismi e con indicazioni di politica industriale che la Regione ci vuole dare, lo stesso vale per il fondo.

Per quanto riguarda invece le garanzie da darsi nell’operazione delle Popolari, quello che proponiamo è di individuare, innanzitutto conoscere bene quali sono le imprese e come sta il portafoglio, individuare quelle imprese che oggi sono in SGA e hanno la necessità di avere nuova finanza per portarsi fuori dalla crisi, perché non gliene danno per fare altro, ma solo per portarsi fuori dalla crisi, creare dei pacchetti che garantisca la SGA, fatti da un pezzo di garanzia di carattere privatistico dei Confidi e un pezzo di garanzia fatta dai fondi della Regione, che già ci sono, e che si possono utilizzare, anche con parte dei POR. Queste sono le tre proposte più concrete che ci sentiamo di fare e che formalizzeremo.

Sicuramente bisognerebbe verificare fino in fondo la bontà delle proposte, ma su queste bisognerebbe urgentemente lavorare, bisognerebbe aver lavorato per  trovare un intesa e una proposta da esporre al consiglio regionale.

Più tempo passa e più si fa concreto il rischio della liquidazione delle tante imprese collocate nella SGA. La regione avrebbe la possibilità di proporsi come regia tra Banca Intesa – partecipata in Veneto sviluppo –  e la SGA attraverso Veneto Sviluppo. Una strada in salita, ma che reputiamo necessario percorrere e di cui purtroppo non c’è traccia nella relazione conclusiva della commissione d’inchiesta.

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